martedì 11 dicembre 2012

Giampiero Neri





Como, una città sul lago


Arrivavo a Como in bicicletta, seguendo una strada ora in disuso, fino alla lunga discesa che planava sulla città con numerose giravolte. Mi accoglieva l’acciottolato di porfido rosso di via Briantea. Allora, dopo la prima curva, tutto mi appariva grande e bello senza perdere per questo in familiarità.

Ero arrivato a Como.

Sono cambiati i luoghi delle mie frequentazioni, che allora erano principalmente il Lido e il Giardino zoologico, adesso in disarmo.

Come potrei dimenticare il leone che vi era ospitato, con la più folta criniera mai vista, somigliante a un covone di grano?

Per un po’ di tempo ho vagato alla ricerca del Collegio dove aveva studiato mia madre, Angioletta Frigerio, poi attrice di un certo talento nei primi anni Venti. Sarebbe stato tanto facile chiederlo a lei, ma le domande non si fanno mai quando è il momento.

La Casa del Fascio del Terragni mi è sempre sembrata di un diverso e superiore ordine di bellezza, qualcosa come il Partenone.

È diventato il luogo che si rivede ogni volta con emozione profonda.

Terragni, ormai riconosciuto fra i massimi architetti e artisti del Novecento, ha lavorato anche a Erba, dove sono nato, per la costruzione del suo Monumento ai Caduti.
Veniva qualche volta a casa nostra, ospite di mio padre, che lo annunciava in dialetto, e a me sembra di sentire ancora la sua voce, ma certo è un’illusione.

Non è invece un’illusione la lettera aperta che il pittore Radice aveva indirizzato al suo amico Terragni, morto da tempo, per testimoniargli l’ammirazione di Le Corbusier, oltre la sua naturalmente. Fra le più belle lettere che mi sia capitato di leggere.

Qualcosa mi spinge adesso verso la Como medievale e romana e anche qui i monumenti non mancano e sono a portata di mano.

Di solito faccio le mie passeggiate la mattina, arrivando da Milano con la Ferrovia Nord, e le concludo all’Osteria del Gallo, dove il vino è buono e i prezzi sono onesti.


............................................................................................................................................Da Il professor Fumagalli e altre figure, Mondadori, Milano 2012, pp. 36 e 37, dove però compare senza il titolo, qui voluto per l’occasione da Neri.

lunedì 10 dicembre 2012

g. z.




                                                        via Paradiso, 4 febbraio 2012



Di Cesena


L’unico luogo di Cesena dove davvero mi sento a casa mia, mi si passi il gioco di parole, è la mia casa in via Paradiso.
Che questa si trovi a Cesena, voglio dire, per me è un fatto accidentale.
Mentre non a caso un mio libro s’intitola “Finestre di via Paradiso”, anche se avrei preferito intitolarlo “Finestre di via Marzolino”, come si chiamava quando ero bambino, prima dell’inaugurazione della chiesa nuova, che evidentemente offrì al prete o a chi per lui la possibilità di cambiarle il nome.
Lo avrei preferito perché, chiesa o non chiesa, era e resta una piccola via senza pretese, oggi stretta tra case e condomini e simile a mille altre, verso le quali nessuno, giustamente, si è mai sentito in dovere di scomodare l’aldilà.
Anzi, a dirla tutta si chiamava Marzolino I, per distinguerla dalla contigua Marzolino II, tuttora transitabile come via Marzolino senz’altro di là dalla cerniera della via Emilia.
Era una strada bianca, polverosa e infangata secondo stagione. Davanti a casa c’era un canneto dove giocavamo agli indiani con gli archi e i fucili a elastico. Oppure ogni tanto sentivamo arrivare una macchina dalla statale, e avevamo ancora il tempo di tirar calci al pallone prima di vederla, diversamente dal treno che quando passava nella lontana ferrovia sembrava venirci addosso senza alcun preavviso.
C’era anche un grande fosso a cielo aperto che chiamavamo misla. “Sta ’tenti a na caschè int la misla!” ricordo che mi urlava dietro la mamma.
Era la strada che mi portava alla scuola elementare, al sovrastante colle del Seminario dove ho fatto le medie, e soprattutto alla favolosa campagna dei maceri dove ho imparato a pescare.
Una strada ai limiti della campagna, e confesso che per molti anni il quartiere di Case Finali che la comprende non credevo si chiamasse così in onore di Gaspare Finali…
La pur vicina Cesena del centro, quella storica, quella ufficiale diciamo così, malatestiana, dei tre papi, di Cesare Borgia, della Rocca, di fontana Masini a me sembrava, in ogni senso, lontanissima.
E anche se oggi, va da sé, il mondo che ho qui sommariamente rievocato non esiste più, Cesena, in quanto città, mi è piuttosto estranea. Sono rimasto un uomo di campagna.


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Inedito.

martedì 4 dicembre 2012

Elio Tavilla







Messina, anni Settanta


Senti di potere scalare una città di mare per averla tua. Per tenerla a bada e non farti mettere in croce dalla sua miseria. Ti aggrappi ai suoi tornanti stretti e accidentati, e finisci per trovare un angolo di visuale che ti ripaga dell’amarezza, della fatica, dell’insensata accidia che prende e che trafuga quanto ti preme e vuol vedere luce.
Da quassù le navi non sono un avanti e indietro tra paradiso e inferno, ma il punto decorativo di un’ala irraggiungibile del cuore che, se suggerisce la fuga, lo fa con tutti i motivi dell’azzurro-cielo, del nero-notte.
Sai di cosa parlo, vero?
A metà strada di quelli che non sono ancora i nostri colli e che non è più periferia – diciamo borgata? –, si compendia un nòcciolo d’adolescenza. Diciamo: un’adolescenza che negli anni settanta ha il suo bivio negli incroci dai semafori scassati e che dalla radio rimesta le cronache degli scontri di piazza a Roma, Milano, Bologna. E lì medita il suo male, lo ciuccia a piccoli sorsi e pensa che domani si prepara un carico, una quota piccola di fuga, quando le lampionate sui viali si accendono controvoglia e tu ti riconduci a casa. La dolce màtria casa che, viene da pensare, è il covo sanguinario di tutte le avventure di rapina. Uno si busca un’influenza per imparare a nuotare, un altro no: ama il rifugio umido dei ladroni e si consola così, tra le pareti amiche.


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Inedito.

domenica 2 dicembre 2012

Jean Robaey









Una finestra aperta su Bruxelles


Se si riapre la finestra – la tua finestra, Gabriele, non quella “vera” – la vedo ancora. Bruxelles mi appare lontana, irrimediabilmente lontana. In effetti c’entra con la mia infanzia, con un paese che per me – insieme a lei – è scomparso. Non ci torno spesso e manco da tre anni. Ho vissuto la mia infanzia nella sua larga periferia.

Tu non sai neanche come chiamarla. Qua in Italia non sanno come si pronunci esattamente (alla francese, con una x vera e propria? Decisamente no), non sanno che è di origine fiamminga e che è ancora in parte fiamminga, non sanno neanche cosa significhi esattamente “fiammingo”. In questo senso in questa città mi riconosco: in Italia non sanno come si debba pronunciare il mio cognome.

In effetti non lo so neanch’io. Come non so esattamente cosa sia Bruxelles. Da piccolo la conoscevo poco, era la città grande, dove si andava ogni tanto, non era quella da cui provenivo (o meglio quelle da cui provenivo: Charleroi vallona e Ostenda fiamminga da parte di mio padre, piccoli paesi nelle Ardenne vallone da parte di mia madre). Era una città fredda e altezzosa, di cui però conoscevo alcuni quartieri popolari che me la facevano amare. Un po’ ci sono andato a scuola, tra i 10 e i 12 anni. Più tardi, a 18 anni, ci andavo a trovare una ragazza (italiana, già allora, e che appena ho toccato).

Subito dopo sono vissuto in Italia (che già conoscevo), dove tuttora vivo. A Bruxelles sono tornato. Anzitutto per la morte di mia madre prima e di mio padre molto tempo dopo. Poi per la biblioteca e gli amici (ne basta uno solo) che si occupavano di cose simili a quelle di cui mi occupavo io. Ma anno dopo anno mi sentivo più lontano, anno dopo anno la città era meno mia, e sempre più fredda, e sempre più lontana. Finché la lontananza mi è diventata vicina, finché la lontananza mi è diventata l’unico modo per esserle vicino.

Non ho mai desiderato viverci, ci ho dormito pochissime volte (meno che a Bruges, la città che più amo e che lascio ogni volta piangendo). È la città dove verifico che il tempo passa, che la realtà si allontana e mi diventa ogni volta più incomprensibile. Diversamente da Bologna, dove ho abitato e amato, dove torno quasi settimanalmente, dove non vedo il tempo passare, o meglio dove vedo il tempo di oggi e quello di ieri, sempre fermo alle stesse date. Dove, uno dopo l’altro, muoiono i miei amici più grandi.

Bruxelles è popolare e borghese, liberty, americana e europea – grigia, biancastra e gialla. Scimmiotta Parigi – vi scorre un’altra Senna. Molta pioggia e molta (da quando?) sporcizia. Città dove cambio treno e prendo il tram. Ferma per me nel tempo lontano delle sue chiese, nel tempo della mia infanzia. Città che non riconosco e non mi riconosce.


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Inedito.

sabato 1 dicembre 2012

Marco Ferri








Fano


 A vederla così, c’è chi si innamora e chi si arrabbia e perde la pazienza. Parlo di Fano, la cittadina non tanto descritta quanto immaginata da Fabio Tombari negli anni Venti del secolo scorso. Sembra incredibile che l’allegria e la poesia delle Cronache di Frusaglia nascano dallo stesso corpo sociale di Maria Risorta, romanzo marinaresco di Giulio Grimaldi, del 1908. Una ventina d’anni e la pietas di Grimaldi viene aggiornata dallo strapaese futurista di Tombari. Impensabile. La cittadina è sempre quella e Tombari è tutto tranne che un realista eppure nei frusagliani e nei ghiottoni i fanesi si sono riconosciuti più che nelle documentate antropologie di Grimaldi. Ancora: quella di Fabio Tombari è una location immaginaria eppure tutti i fanesi (e limitrofi) vi avvertono una sintonia segreta, vorrebbero recitare lì dentro. Ma adesso? Adesso c’è un agglomerato di poco più di 62.000 persone che premono ogni giorno con le automobili dentro le antiche cinte murarie romane e medievali, impiegando più tempo a trovare un parcheggio di quello di una sana camminata da qualsiasi punto periferico verso il cosiddetto centro. Però, per la verità e anche azzarderei per puro miracolo, c’è ogni tanto qualcuno che si inventa qualcosa di incredibile.
Ti faccio un esempio: si portano gli spettacoli della Scala nella Corte Malatestiana, si restaurano monumenti abbandonati come il Teatro del Poletti, la Rocca, il Bastione Sangallo, le chiese, Lamedica ridisegna la spiaggia di Sassonia e nello spirito del Concilio, come dialogo tra religioni, progetta il cimitero dell’ulivo, si costruiscono mediateche all’avanguardia, c’è Dario Fo che immette nuova linfa nelle vene atrofizzate del Carnevalone e c’è Battiato che dirige qualche stagione di grande musica. In questi periodi, la città ricomincia a piacerti, e ci sono anche i marciapiedi per percorrerla, perché finalmente qualcuno ha pensato a chi cammina, e d’estate Adriano Pedini ti porta il Jazz internazionale, insomma pensi di avere esagerato nei panni del piantagrane che trova sempre da ridire, e ti viene quasi da piangere quando vedi risvegliarsi queste energie buone della città, e trovi angoli deliziosi tra le strette vie del suo vecchio cuore urbanistico, e resti ammaliato dalla città verde, dai viali alberati pieni di fronde in primavera, vai all’avventura nelle bore invernali che flagellano le rive, oppure ti addormenti sognando nelle sabbie del piccolo arco di spiaggia che va dal porto al molo del canale. Sempre, dietro le spalle, avverti il respiro delle vallate portato dal Metauro, giù dalle gole del Furlo fino all’Adriatico. Qualcuno su nel Montefeltro aveva pensato alla città ideale, forse aveva negli occhi la sensualità delle colline e la Basilica di Vitruvio, ti viene da pensare. Eh sì, c’è sempre questa ingenua facilità di illudersi, tra fantasmi letterari e l’invenzione di spazi veri dove stare insieme, conversare, architettare burle, sognare e litigare. Ma ecco che succede l’impensabile. Diamone una versione fiabesca, come nei film di Walt Disney, quando si risvegliano le forze oscure e telluriche, qui un po’ più sul grigio sordo che sul nero e più che telluriche balzane. La location diventa semplice localismo. E che sfiga, poi c’è anche la Crisi. E così passano anni e anni. Adesso cammina e prova a seguire la tua guida intima. Non c’è neanche il fascino delle rovine. C’è il centro storico devastato dalle automobili, ci sono le strade piene di buche, i giardini dimenticati, e al posto delle idee felici c’è della gente in costume romano che assiste alla corsa delle bighe mentre nei cieli le Frecce Tricolori mandano in fumi policromi i risparmi delle persone travestite da antichi romani, che applaudono pure.  Ormai sono anni che i cittadini vengono intimoriti da programmi di asfaltature delle strade che fortunatamente non vengono realizzate, lasciando così che il nome corrisponda alle cose: la città della fortuna (da Fanum Fortunae). Se hai la fortuna di evitare le buche e i fessi.


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Inedito.