domenica 1 aprile 2018

Vittorio Sereni







Diana


Torna il tuo cielo d’un tempo
sulle altane lombarde,
in nuvole d’afa s’addensa
e nei tuoi occhi esula ogni azzurro,
si raccoglie e riposa.

Anche l’ora verrà della frescura
col vento che si leva sulle darsene
dei Navigli e il cielo
che per le rive s’allontana.

Torni anche tu, Diana,
tra i tavoli schierati all’aperto
e la gente intenta alle bevande
sotto la luna distante?

Ronza un’orchestra in sordina;
all’aria che qui ne sobbalza
ravviso il tuo ondulato passare,
s’addolce nella sera il fiero nome
se qualcuno lo mormora
sulla tua traccia.

Presto vien giugno
e l’arido fiore del sonno
cresciuto ai più tristi sobborghi
e il canto che avevi, amica, sulla sera
torna a dolere qui dentro,
alita sulla memoria
a rimproverarti la morte.


............................................................................................................................................
Da Frontiera, Edizioni di «Corrente», Milano 1941.

giovedì 1 marzo 2018

Dylan Thomas







Nella mia arte scontrosa o mestiere


Nella mia arte scontrosa o mestiere
Praticata nel silenzio notturno
Quando soltanto la neve infuria
E gli amanti giacciono nel letto
Con tutti i loro affanni tra le braccia,
Io mi affatico a una luce che canta
Non per pane o ambizione
O per pavoneggiarmi e vender fascino
Sui palcoscenici d’avorio,
Ma per il comune salario
Del loro più intimo cuore.

Non per il superbo che s’apparta
Dalla luna che infuria io scrivo
Su queste pagine di spuma
Né per i morti che torreggiano
Con i loro usignoli e i loro salmi,
Ma per gli amanti, le braccia
Attorno alle angosce dei secoli,
Che non pagano lodi né salario
E non si curano del mio mestiere o arte.


............................................................................................................................................ 
Da Poesie, traduzione e note di Ariodante Marianni, con un’appendice di versioni di Eugenio Montale, Piero Bigongiari, Alfredo Giuliani, Einaudi, Torino 1981, pp. 108 e 109.

giovedì 1 febbraio 2018

Antun Branko Šimić







Noi e il corpo


Nelle mie vene scorre il veleno bevuto
nella lussuria, nelle notti ubriache.
E il veleno marcisce. Il corpo marcisce. Io vivo nella bara.

Anche il corpo mi ripugna. Come
separarsene, come esserne liberati?
Il corpo è peso, marcio, estraneo.
Mi piacerebbe sfuggirgli, abbandonarlo
e involarmi per sempre nella libertà.

Ma così, conviviamo indivisibili.
Chi mi ha unito a questo estraneo?
Il corpo: il peso mi trattiene a terra
e mi farà sprofondare tutto, senza che nulla rimanga.

Accanto al letto, una giovane mi sorride.
Come potrei avvicinarla senza un corpo?
Non posso fuoriuscire. Non posso toccarla.
Il mio tatto, come quello della morte, semina ovunque distruzione.

In sogno ci separiamo. Mi sono liberato, aleggio
e voglio levarmi in volo e volare -

E mi sveglio: giaccio nella bara.


............................................................................................................................................
Da Corpo e destino, Laghi di Plitvice, Lugano 1998, traduzione di Dubravko Pušek.

lunedì 1 gennaio 2018

Bartolo Cattafi







La macchina

Montando i lucidi
pezzi del congegno
t’impasti d’olio le mani
ghiottamente pregusti
l’odore riscaldato dell’acciaio
la macchina in funzione
che ti colma la vita
ti acceca ti assorda
ti morde le dita
sussultando ti stritola ti sega…


Non si evade

Non si evade da questa stanza
da quanto qui dentro non accade.


L’allodola ottobrina

S’alzò in volo e cantò invece
l’allodola ottobrina
prima che giungesse concentrato
il piombo dodici undici dieci.


Certezze

No non amo pensieri
processi problemi in movimento
si scarichino a sussulti
le macchinette vitali
amo cose ben ferme
certezze già raggiunte
gradino soglia salve
da non più varcare
mari dai flutti prosciugati
conchiglie abitate
da un alto murmure occulto.


............................................................................................................................................
Da L’allodola ottobrina, Mondadori, Milano 1979, pp. 19, 68, 75, 126. 

venerdì 1 dicembre 2017

Nadia Campana







Le gioie del declassato

Che mi lasci guidare prematura
farmi portare impadronita
non reggono al confronto delle braccia
valigie piene di esempi
folate indicano il cappello soltanto
mutandosi in fili spazzati
e semi non custoditi in direzione
barca abbandonata lungo il fiume
guardo il ponte, un vero confine,
strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:
si scioglie sulla guancia
la gioia del declassato.

Avendo già avuto a che fare
con la resa, scelgo
le processioni del riposo.
Io e la luna sorgente
in un punto remoto assonnate come cani

compressa da fatiche piagata
spostando di qualche strada i passi, spiccano
una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.



Lèggere d’estate

Ore nuove e riposate del primo giugno
che una di quelle che aperte come
chicco di ribes rende una forchetta
produce intorno cose – senza riflettere –
intento meticoloso compongo
il mosaico con stacchi solidali:
alle ombre nulla perdendo
nel piccolo gesto implico
così concluso e proprio un palpito
saltare fa da una mano all’altra
chicchi e pampini a capriccio
nomi biondi sulla rugiada
si ammucchiano già
con gli acini sani dentro la polpa acre
dà al sole la pergola al di fuori chiarissima.



............................................................................................................................................ 
Da Verso la mente, a cura di Milo De Angelis e Giovanni Turci, Crocetti Editore, Milano 1990, pp. 11 e 13. L'opera è stata ripubblicata nel 2014, a cura di Milo De Angelis, Emi Rabuffetti e Giovanni Turci, dall’editore riminese Raffaelli. 

mercoledì 1 novembre 2017

Karel van de Woestijne







16.
…Lei vuole chiudere gli occhi nel sogno,
ma non può. In una corona di lacrime
che luccica su un ciglio dopo l’altro, lei lo vede
che, avvicinandosi, si sta inevitabilmente avvicinando:
Paride, questo Paride, che si avvicina, e – che è
questo che ora pende sopra il suo viso…
Egli ha una nuca come di un vitello, quando
questo non salta più nel prato, ma tiene
fissa la nuca girata verso terra, gonfio nel garrese
e non più agile; perché ha raggiunto
il tempo dell’inquietudine nelle viscere.
– E su una nuca che, dura e larga, sta ferma,
sale allora la magrezza delle guance per
la tazza triangolare del mento, come muri di
una torre diritta, fino alla fronte
che è una placca soleggiata davanti al sole.
– I suoi occhi invece: non sono forse quali
dei soli come l’Ade ne deve conoscere, che neri
e atroci sono, i soli dei misteri,
più intensi di ogni incendio del sole nel cielo,
e neri? – E con quei soli egli la guarda,
qui sopra di lei, scandagliando il suo sogno,
e con la bocca scura che, tenera quale
un frutto morsicato, pende madida e calda,
e sembra succhiare, rude, un’aria che è fiamma,
e risucchia la sua vita, la sua vita intera…

17.
E… quando si sveglia, Elena, e l’occhio
si immerge nel pianto, e nel più profondo di lei si agita,
indicibile, la disperazione, ed un profondo lamento
per l’ignoto che lì minaccioso l’aspetta
geme come un uccello malato nella sua testa,
– ecco, lei vede, sveglio al suo tremante fianco,
il principe Menelao che la guarda teneramente,
china sopra di lei il mento curvo,
e mormora, e: “Quanto sono belli i tuoi occhi,
mia cara, e spendenti! Oh, come mi ami,
che già al primo risveglio, e prima
che tu abbia guardato il tuo compagno di letto,
il tuo occhio splende di amore, verso di lui!”…



............................................................................................................................................
Da Elena di Sparta: Elena donna, componimento 16 e 17, in Interludi, traduzione (con testo a fronte) e cura di Jean Robaey, Edizioni Medusa, Milano 2016, pp. 425, 427.

domenica 1 ottobre 2017

Vincent Van Gogh



                                     Vecchio contadino: Patience Escalier (agosto 1888). Saint Moritz, collezione privata.


Ritratto di Joseph Roulin seduto (luglio-agosto 1888). Boston, Museum of Fine Arts.


[…]
   Nel ritratto del contadino mi sono regolato con lo stesso sistema. Tuttavia senza pretendere in questo caso di evocare lo splendore misterioso di una pallida stella dell’infinito. Ma immaginando l’uomo terribile che dovevo fare in mezzo al forno della mietitura, in pieno mezzogiorno. Da ciò gli arancioni sfolgoranti come ferro arroventato, da ciò i toni di oro vecchio luminoso nelle ombre.
   Ah, caro fratello… e le persone per bene vedranno in queste esagerazioni solo della caricatura.
   Ma che importa, abbiamo letto Terre e Germinal, e se dipingiamo un contadino, vorremmo dimostrare che questa lettura ha finito per fare un po’ corpo con noi.
   Non so se potrò dipingere il portalettere come lo sento, quest’uomo assomiglia a papà Tanguy come rivoluzionario; probabilmente è considerato un buon repubblicano perché detesta cordialmente la repubblica di cui godiamo i vantaggi, e perché in complesso dubita un poco ed è un po’ disincantato della idea repubblicana stessa. Ma un giorno l’ho visto quando cantava la Marsigliese, e mi sembrava di vedere il 1789, non l’anno dopo, ma proprio l’anno di 99 anni fa. Era Delacroix, Daumier, i vecchi olandesi. Purtroppo non lo posso far posare, eppure sarebbe necessario, per poter fare un quadro, un modello intelligente.
   Devo dirti ora che questi giorni sono di una durezza estrema dal lato materiale. Qualunque cosa io faccia la vita è molto cara, quasi come a Parigi, dove spendevo quattro o cinque franchi al giorno, non facendo niente di straordinario. Mi prendo dei modelli e perciò diventa ancora più difficile. Non importa, comunque continuerò così.
   Come pure ti assicuro che se tu di tanto in tanto mi mandassi per combinazione un po’ più di soldi, se ne avvantaggerebbero i quadri, e non io. Per conto mio non ho che la scelta fra essere un buon pittore o uno mediocre. Scelgo il primo. Ma le necessità della pittura sono come quelle di un’amante costosa, non si può fare niente senza soldi e non se ne hanno mai abbastanza. Perciò la pittura dovrebbe farsi a spese della società e non esserne sovraccaricato l’artista. Ma invece, ecco, bisogna per di più tacere, perché nessuno ti obbliga a lavorare, dato che l’indifferenza per la pittura è fatalmente molto generale, e di lunga data.
[…]


............................................................................................................................................
Da una lettera al fratello, datata Arles, 11 agosto 1888, in Lettere a Theo sulla pittura, note di Massimo Cescon, traduzione di Marisa Donvito e Beatrice Casavecchia, scelta di Tiziano Gianotti, Tea, Milano 2003, pp. 132-133.