lunedì 1 gennaio 2018

Bartolo Cattafi







La macchina

Montando i lucidi
pezzi del congegno
t’impasti d’olio le mani
ghiottamente pregusti
l’odore riscaldato dell’acciaio
la macchina in funzione
che ti colma la vita
ti acceca ti assorda
ti morde le dita
sussultando ti stritola ti sega…


Non si evade

Non si evade da questa stanza
da quanto qui dentro non accade.


L’allodola ottobrina

S’alzò in volo e cantò invece
l’allodola ottobrina
prima che giungesse concentrato
il piombo dodici undici dieci.


Certezze

No non amo pensieri
processi problemi in movimento
si scarichino a sussulti
le macchinette vitali
amo cose ben ferme
certezze già raggiunte
gradino soglia salve
da non più varcare
mari dai flutti prosciugati
conchiglie abitate
da un alto murmure occulto.


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Da L’allodola ottobrina, Mondadori, Milano 1979, pp. 19, 68, 75, 126. 

venerdì 1 dicembre 2017

Nadia Campana







Le gioie del declassato

Che mi lasci guidare prematura
farmi portare impadronita
non reggono al confronto delle braccia
valigie piene di esempi
folate indicano il cappello soltanto
mutandosi in fili spazzati
e semi non custoditi in direzione
barca abbandonata lungo il fiume
guardo il ponte, un vero confine,
strappo le tasche e dal biglietto la sua fede:
si scioglie sulla guancia
la gioia del declassato.

Avendo già avuto a che fare
con la resa, scelgo
le processioni del riposo.
Io e la luna sorgente
in un punto remoto assonnate come cani

compressa da fatiche piagata
spostando di qualche strada i passi, spiccano
una dopo l’altra tenaci uguaglianze di tempo.



Lèggere d’estate

Ore nuove e riposate del primo giugno
che una di quelle che aperte come
chicco di ribes rende una forchetta
produce intorno cose – senza riflettere –
intento meticoloso compongo
il mosaico con stacchi solidali:
alle ombre nulla perdendo
nel piccolo gesto implico
così concluso e proprio un palpito
saltare fa da una mano all’altra
chicchi e pampini a capriccio
nomi biondi sulla rugiada
si ammucchiano già
con gli acini sani dentro la polpa acre
dà al sole la pergola al di fuori chiarissima.



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Da Verso la mente, a cura di Milo De Angelis e Giovanni Turci, Crocetti Editore, Milano 1990, pp. 11 e 13. L'opera è stata ripubblicata nel 2014, a cura di Milo De Angelis, Emi Rabuffetti e Giovanni Turci, dall’editore riminese Raffaelli. 

mercoledì 1 novembre 2017

Karel van de Woestijne







16.
…Lei vuole chiudere gli occhi nel sogno,
ma non può. In una corona di lacrime
che luccica su un ciglio dopo l’altro, lei lo vede
che, avvicinandosi, si sta inevitabilmente avvicinando:
Paride, questo Paride, che si avvicina, e – che è
questo che ora pende sopra il suo viso…
Egli ha una nuca come di un vitello, quando
questo non salta più nel prato, ma tiene
fissa la nuca girata verso terra, gonfio nel garrese
e non più agile; perché ha raggiunto
il tempo dell’inquietudine nelle viscere.
– E su una nuca che, dura e larga, sta ferma,
sale allora la magrezza delle guance per
la tazza triangolare del mento, come muri di
una torre diritta, fino alla fronte
che è una placca soleggiata davanti al sole.
– I suoi occhi invece: non sono forse quali
dei soli come l’Ade ne deve conoscere, che neri
e atroci sono, i soli dei misteri,
più intensi di ogni incendio del sole nel cielo,
e neri? – E con quei soli egli la guarda,
qui sopra di lei, scandagliando il suo sogno,
e con la bocca scura che, tenera quale
un frutto morsicato, pende madida e calda,
e sembra succhiare, rude, un’aria che è fiamma,
e risucchia la sua vita, la sua vita intera…

17.
E… quando si sveglia, Elena, e l’occhio
si immerge nel pianto, e nel più profondo di lei si agita,
indicibile, la disperazione, ed un profondo lamento
per l’ignoto che lì minaccioso l’aspetta
geme come un uccello malato nella sua testa,
– ecco, lei vede, sveglio al suo tremante fianco,
il principe Menelao che la guarda teneramente,
china sopra di lei il mento curvo,
e mormora, e: “Quanto sono belli i tuoi occhi,
mia cara, e spendenti! Oh, come mi ami,
che già al primo risveglio, e prima
che tu abbia guardato il tuo compagno di letto,
il tuo occhio splende di amore, verso di lui!”…



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Da Elena di Sparta: Elena donna, componimento 16 e 17, in Interludi, traduzione (con testo a fronte) e cura di Jean Robaey, Edizioni Medusa, Milano 2016, pp. 425, 427.

domenica 1 ottobre 2017

Vincent Van Gogh



                                     Vecchio contadino: Patience Escalier (agosto 1888). Saint Moritz, collezione privata.


Ritratto di Joseph Roulin seduto (luglio-agosto 1888). Boston, Museum of Fine Arts.


[…]
   Nel ritratto del contadino mi sono regolato con lo stesso sistema. Tuttavia senza pretendere in questo caso di evocare lo splendore misterioso di una pallida stella dell’infinito. Ma immaginando l’uomo terribile che dovevo fare in mezzo al forno della mietitura, in pieno mezzogiorno. Da ciò gli arancioni sfolgoranti come ferro arroventato, da ciò i toni di oro vecchio luminoso nelle ombre.
   Ah, caro fratello… e le persone per bene vedranno in queste esagerazioni solo della caricatura.
   Ma che importa, abbiamo letto Terre e Germinal, e se dipingiamo un contadino, vorremmo dimostrare che questa lettura ha finito per fare un po’ corpo con noi.
   Non so se potrò dipingere il portalettere come lo sento, quest’uomo assomiglia a papà Tanguy come rivoluzionario; probabilmente è considerato un buon repubblicano perché detesta cordialmente la repubblica di cui godiamo i vantaggi, e perché in complesso dubita un poco ed è un po’ disincantato della idea repubblicana stessa. Ma un giorno l’ho visto quando cantava la Marsigliese, e mi sembrava di vedere il 1789, non l’anno dopo, ma proprio l’anno di 99 anni fa. Era Delacroix, Daumier, i vecchi olandesi. Purtroppo non lo posso far posare, eppure sarebbe necessario, per poter fare un quadro, un modello intelligente.
   Devo dirti ora che questi giorni sono di una durezza estrema dal lato materiale. Qualunque cosa io faccia la vita è molto cara, quasi come a Parigi, dove spendevo quattro o cinque franchi al giorno, non facendo niente di straordinario. Mi prendo dei modelli e perciò diventa ancora più difficile. Non importa, comunque continuerò così.
   Come pure ti assicuro che se tu di tanto in tanto mi mandassi per combinazione un po’ più di soldi, se ne avvantaggerebbero i quadri, e non io. Per conto mio non ho che la scelta fra essere un buon pittore o uno mediocre. Scelgo il primo. Ma le necessità della pittura sono come quelle di un’amante costosa, non si può fare niente senza soldi e non se ne hanno mai abbastanza. Perciò la pittura dovrebbe farsi a spese della società e non esserne sovraccaricato l’artista. Ma invece, ecco, bisogna per di più tacere, perché nessuno ti obbliga a lavorare, dato che l’indifferenza per la pittura è fatalmente molto generale, e di lunga data.
[…]


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Da una lettera al fratello, datata Arles, 11 agosto 1888, in Lettere a Theo sulla pittura, note di Massimo Cescon, traduzione di Marisa Donvito e Beatrice Casavecchia, scelta di Tiziano Gianotti, Tea, Milano 2003, pp. 132-133.

venerdì 1 settembre 2017

Lorenzo Bartolini







Urta i pensieri
il vento soffia forte
sbattendo porte


*


Il sole sorge
col canto dei passeri.
Che buono il caffè!


*


La nebbia bassa,
all’improvviso fari.
Voci, da dove?


*


Tagliando l’erba
mentre l’ape bombisce
sulla lavanda


*


L’acqua del fiume
rinfresca i piedi stanchi.
La pelle d’oca!



............................................................................................................................................Da Senti cosa ho scritto, introduzione di Roberto Mercadini, Miraggi Edizioni, Torino 2017, pp. 104, 106, 108, 110, 115.

martedì 1 agosto 2017

Franco Marcoaldi







Fuori di qui si spara, e non a salve.
Tu pianti salvie selvatiche, e fai
bene, ma intanto il mondo brucia
e le sue fiamme sono fuori
controllo ormai. E tu lo sai.

Però più sai, meno capisci –
non conti nulla e nulla puoi,
salvo allarmarti come tutti
dondolando impotente
nella solitaria e planetaria culla
di video a loop che gentilmente
ci hanno apparecchiato.

All’indomani ti alzerai di nuovo,
berrai un caffè e riprenderai
a piantare salvie – mentre
fuori continueranno
a sparare. E non a salve.


***

Corre senza guinzaglio la poesia.
Nessuno si azzardi a dire: è mia.


***

Tempo perso, energie sprecate,
torti patiti, risentimento
accumulato – eppure, riavvolgendo
il nastro dei tuoi giorni,
ci sarebbe poco o nulla da cambiare:
quello che sei equivale grosso modo
a quello che saresti stato.


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Da Tutto qui, Einaudi, Torino 2017, pp. 7, 23, 43. 

sabato 1 luglio 2017

Su "Vecchi scemi" di Marco Ferri







Caldeggio vivamente Vecchi scemi, l’ultimo libro del poeta fanese Marco Ferri. Soprattutto ne consiglio la lettura ai giovani odierni che, se tanto mi dà tanto, con ogni probabilità saranno i vecchi scemi di domani.
     Ma teniamoci al presente, e dunque oggi chi sono mai, per Ferri, questi vecchi scemi? La domanda viene spontanea, perché qualificare scemi i vecchi è cadere in un luogo comune, non meno trito di quello per cui vecchiaia equivale a saggezza.
     Dalla lettura dei tredici “pezzi” che compongono il libro si scopre che i vecchi in questione, avviliti o irati, sognanti o alle prese con il “logorio della vita moderna” (come diceva Ernesto Calindri ai tempi della tivù in bianco e nero, o postmoderna, come adesso si preferisce dire), hanno sì, è vero, dei problemi di senilità, degli acciacchi fisici, delle amnesie e così via, ma tutto sommato ragionano ancora e non sembrano poi tanto suonati, tant’è che io, che vado per i sessanta, non ho faticato molto a riconoscermi in certe loro fissazioni, ansie, sconfitte, malinconie, rancori più o meno trattenuti, quindi non credo di dire una sciocchezza se affermo che l’autore, che va per i settanta, ne parla a ragion veduta. E d’altra parte ironia e autoironia sono atteggiamenti caratteristici di quell’uomo colto, e va da sé intelligente che è Ferri, come sanno i suoi vecchi (sic) e affezionati lettori, tra i quali mi annovero.
     L’aggettivo scemo del titolo, che rimanda sia all’accezione di “non pieno, mancante di una parte” (haud plenus) che a quella dispregiativa di “deficiente, stolto, stupido, sciocco” (insanus homo), va perlomeno ripartito equamente tra i protagonisti di queste pagine e il mondo che li circonda, di chi a priori li considera appunto scemi.
     Gli attempati soggetti maschili e femminili presi in esame da Ferri soffrono infatti, in primo luogo, di solitudine, di isolamento, di abbandono, di un pensionamento non dal lavoro ma dalla vita, di un essere accantonati non richiesto, imposto dai parenti, dalla comunità, dalla società massmediatica dell’usa e getta… che poi, volendo essere tendenziosi, è la condizione in cui si trovano a vivere oggi i poeti vecchio stampo, quelli un po’ su con gli anni per intenderci, i quali si ostinano a scrivere libri magari belli e utili, però poco adatti al commercio… come implicitamente sembra suggerire il risvolto di copertina, laddove si legge che «i personaggi di questo libro hanno sguardi disincantati e crudi. E forse sta qui il punto, perché sono invecchiati proprio per guardare oltre le cose e attraverso il familiare aspetto che esse hanno. E se insistono sono anche un po’ scemi.»   
     Il suddetto risvolto (anonimo) avvisa inoltre di tredici “racconti”, ma certo per comodità, perché racconti in senso stretto non sono, piuttosto si tratta di descrizioni di tranches de vie, di un succedersi di fotogrammi – e giustamente Enrico Capodaglio poteva parlare, già a proposito di Dove guardi (2001) di «inquadrature sottili da fotoreporter della vita interiore» e di «paesaggi urbani alla maniera di Sironi e piani-sequenza che ricordano il primo Wenders.» In effetti hanno tutta l’aria di sinopie filmiche, il respiro corto e incalzante delle sceneggiature. Leggo a caso, p. 60: «Che cosa c’è di diverso nel 14 agosto rispetto agli altri giorni? Niente. È estate, c’è un caldo umido, grosse formazioni di nuvole, la colazione, il pensiero di arrivare all’ora di pranzo, che sembra un orizzonte lontano ma non mancherebbero certo le opportunità per arrivarci senza soffrire come un cane. Sennonché, è ricomparsa la sofferenza senza nome, ristagnante. In più, piove. Il cielo, zitto zitto, si è oscurato, è caduta qualche goccia, sollevando un odore di polvere bagnata. Poi è venuta giù una pioggia languida, snervante.»
     Tra i diversi personaggi spicca quello di Geremia, nome oggi in disuso e che pare riesumato pour cause direttamente dalla Bibbia (“Il libro più antico del mondo”, come annotava un divertito Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni), l’impopolare profeta lapidato infine dai suoi stessi compatrioti, qui senza la lunga e venerabile barba bianca e ripreso mentre «pensa di farsi due uova al tegamino, a occhio di bue, come diceva sua nonna, quarant’anni prima, forse anche più», ma non diversamente osteggiato, perseguitato, vox clamantis in deserto.

g. z.


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Marco Ferri, Vecchi scemi, Italic Pequod, 2017.