domenica 1 ottobre 2017

Vincent Van Gogh



                                     Vecchio contadino: Patience Escalier (agosto 1888). Saint Moritz, collezione privata.


Ritratto di Joseph Roulin seduto (luglio-agosto 1888). Boston, Museum of Fine Arts.


[…]
   Nel ritratto del contadino mi sono regolato con lo stesso sistema. Tuttavia senza pretendere in questo caso di evocare lo splendore misterioso di una pallida stella dell’infinito. Ma immaginando l’uomo terribile che dovevo fare in mezzo al forno della mietitura, in pieno mezzogiorno. Da ciò gli arancioni sfolgoranti come ferro arroventato, da ciò i toni di oro vecchio luminoso nelle ombre.
   Ah, caro fratello… e le persone per bene vedranno in queste esagerazioni solo della caricatura.
   Ma che importa, abbiamo letto Terre e Germinal, e se dipingiamo un contadino, vorremmo dimostrare che questa lettura ha finito per fare un po’ corpo con noi.
   Non so se potrò dipingere il portalettere come lo sento, quest’uomo assomiglia a papà Tanguy come rivoluzionario; probabilmente è considerato un buon repubblicano perché detesta cordialmente la repubblica di cui godiamo i vantaggi, e perché in complesso dubita un poco ed è un po’ disincantato della idea repubblicana stessa. Ma un giorno l’ho visto quando cantava la Marsigliese, e mi sembrava di vedere il 1789, non l’anno dopo, ma proprio l’anno di 99 anni fa. Era Delacroix, Daumier, i vecchi olandesi. Purtroppo non lo posso far posare, eppure sarebbe necessario, per poter fare un quadro, un modello intelligente.
   Devo dirti ora che questi giorni sono di una durezza estrema dal lato materiale. Qualunque cosa io faccia la vita è molto cara, quasi come a Parigi, dove spendevo quattro o cinque franchi al giorno, non facendo niente di straordinario. Mi prendo dei modelli e perciò diventa ancora più difficile. Non importa, comunque continuerò così.
   Come pure ti assicuro che se tu di tanto in tanto mi mandassi per combinazione un po’ più di soldi, se ne avvantaggerebbero i quadri, e non io. Per conto mio non ho che la scelta fra essere un buon pittore o uno mediocre. Scelgo il primo. Ma le necessità della pittura sono come quelle di un’amante costosa, non si può fare niente senza soldi e non se ne hanno mai abbastanza. Perciò la pittura dovrebbe farsi a spese della società e non esserne sovraccaricato l’artista. Ma invece, ecco, bisogna per di più tacere, perché nessuno ti obbliga a lavorare, dato che l’indifferenza per la pittura è fatalmente molto generale, e di lunga data.
[…]


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Da una lettera al fratello, datata Arles, 11 agosto 1888, in Lettere a Theo sulla pittura, note di Massimo Cescon, traduzione di Marisa Donvito e Beatrice Casavecchia, scelta di Tiziano Gianotti, Tea, Milano 2003, pp. 132-133.

venerdì 1 settembre 2017

Lorenzo Bartolini







Urta i pensieri
il vento soffia forte
sbattendo porte


*


Il sole sorge
col canto dei passeri.
Che buono il caffè!


*


La nebbia bassa,
all’improvviso fari.
Voci, da dove?


*


Tagliando l’erba
mentre l’ape bombisce
sulla lavanda


*


L’acqua del fiume
rinfresca i piedi stanchi.
La pelle d’oca!



............................................................................................................................................Da Senti cosa ho scritto, introduzione di Roberto Mercadini, Miraggi Edizioni, Torino 2017, pp. 104, 106, 108, 110, 115.

martedì 1 agosto 2017

Franco Marcoaldi







Fuori di qui si spara, e non a salve.
Tu pianti salvie selvatiche, e fai
bene, ma intanto il mondo brucia
e le sue fiamme sono fuori
controllo ormai. E tu lo sai.

Però più sai, meno capisci –
non conti nulla e nulla puoi,
salvo allarmarti come tutti
dondolando impotente
nella solitaria e planetaria culla
di video a loop che gentilmente
ci hanno apparecchiato.

All’indomani ti alzerai di nuovo,
berrai un caffè e riprenderai
a piantare salvie – mentre
fuori continueranno
a sparare. E non a salve.


***

Corre senza guinzaglio la poesia.
Nessuno si azzardi a dire: è mia.


***

Tempo perso, energie sprecate,
torti patiti, risentimento
accumulato – eppure, riavvolgendo
il nastro dei tuoi giorni,
ci sarebbe poco o nulla da cambiare:
quello che sei equivale grosso modo
a quello che saresti stato.


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Da Tutto qui, Einaudi, Torino 2017, pp. 7, 23, 43. 

sabato 1 luglio 2017

Su "Vecchi scemi" di Marco Ferri







Caldeggio vivamente Vecchi scemi, l’ultimo libro del poeta fanese Marco Ferri. Soprattutto ne consiglio la lettura ai giovani odierni che, se tanto mi dà tanto, con ogni probabilità saranno i vecchi scemi di domani.
     Ma teniamoci al presente, e dunque oggi chi sono mai, per Ferri, questi vecchi scemi? La domanda viene spontanea, perché qualificare scemi i vecchi è cadere in un luogo comune, non meno trito di quello per cui vecchiaia equivale a saggezza.
     Dalla lettura dei tredici “pezzi” che compongono il libro si scopre che i vecchi in questione, avviliti o irati, sognanti o alle prese con il “logorio della vita moderna” (come diceva Ernesto Calindri ai tempi della tivù in bianco e nero, o postmoderna, come adesso si preferisce dire), hanno sì, è vero, dei problemi di senilità, degli acciacchi fisici, delle amnesie e così via, ma tutto sommato ragionano ancora e non sembrano poi tanto suonati, tant’è che io, che vado per i sessanta, non ho faticato molto a riconoscermi in certe loro fissazioni, ansie, sconfitte, malinconie, rancori più o meno trattenuti, quindi non credo di dire una sciocchezza se affermo che l’autore, che va per i settanta, ne parla a ragion veduta. E d’altra parte ironia e autoironia sono atteggiamenti caratteristici di quell’uomo colto, e va da sé intelligente che è Ferri, come sanno i suoi vecchi (sic) e affezionati lettori, tra i quali mi annovero.
     L’aggettivo scemo del titolo, che rimanda sia all’accezione di “non pieno, mancante di una parte” (haud plenus) che a quella dispregiativa di “deficiente, stolto, stupido, sciocco” (insanus homo), va perlomeno ripartito equamente tra i protagonisti di queste pagine e il mondo che li circonda, di chi a priori li considera appunto scemi.
     Gli attempati soggetti maschili e femminili presi in esame da Ferri soffrono infatti, in primo luogo, di solitudine, di isolamento, di abbandono, di un pensionamento non dal lavoro ma dalla vita, di un essere accantonati non richiesto, imposto dai parenti, dalla comunità, dalla società massmediatica dell’usa e getta… che poi, volendo essere tendenziosi, è la condizione in cui si trovano a vivere oggi i poeti vecchio stampo, quelli un po’ su con gli anni per intenderci, i quali si ostinano a scrivere libri magari belli e utili, però poco adatti al commercio… come implicitamente sembra suggerire il risvolto di copertina, laddove si legge che «i personaggi di questo libro hanno sguardi disincantati e crudi. E forse sta qui il punto, perché sono invecchiati proprio per guardare oltre le cose e attraverso il familiare aspetto che esse hanno. E se insistono sono anche un po’ scemi.»   
     Il suddetto risvolto (anonimo) avvisa inoltre di tredici “racconti”, ma certo per comodità, perché racconti in senso stretto non sono, piuttosto si tratta di descrizioni di tranches de vie, di un succedersi di fotogrammi – e giustamente Enrico Capodaglio poteva parlare, già a proposito di Dove guardi (2001) di «inquadrature sottili da fotoreporter della vita interiore» e di «paesaggi urbani alla maniera di Sironi e piani-sequenza che ricordano il primo Wenders.» In effetti hanno tutta l’aria di sinopie filmiche, il respiro corto e incalzante delle sceneggiature. Leggo a caso, p. 60: «Che cosa c’è di diverso nel 14 agosto rispetto agli altri giorni? Niente. È estate, c’è un caldo umido, grosse formazioni di nuvole, la colazione, il pensiero di arrivare all’ora di pranzo, che sembra un orizzonte lontano ma non mancherebbero certo le opportunità per arrivarci senza soffrire come un cane. Sennonché, è ricomparsa la sofferenza senza nome, ristagnante. In più, piove. Il cielo, zitto zitto, si è oscurato, è caduta qualche goccia, sollevando un odore di polvere bagnata. Poi è venuta giù una pioggia languida, snervante.»
     Tra i diversi personaggi spicca quello di Geremia, nome oggi in disuso e che pare riesumato pour cause direttamente dalla Bibbia (“Il libro più antico del mondo”, come annotava un divertito Flaubert nel suo Dizionario dei luoghi comuni), l’impopolare profeta lapidato infine dai suoi stessi compatrioti, qui senza la lunga e venerabile barba bianca e ripreso mentre «pensa di farsi due uova al tegamino, a occhio di bue, come diceva sua nonna, quarant’anni prima, forse anche più», ma non diversamente osteggiato, perseguitato, vox clamantis in deserto.

g. z.


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Marco Ferri, Vecchi scemi, Italic Pequod, 2017.

giovedì 1 giugno 2017

Gustave Flaubert







CATALOGO DELLE IDEE CHIC


Apologia della schiavitù.

Della notte di San Bartolomeo.

Deridere gli esperti.

Deridere gli studi classici.

Dire a proposito di un grande uomo: « È ridicolmente sopravvalutato! ». Tutti i grandi uomini sono sopravvalutati. Di grandi uomini non ce ne sono, peraltro.

Ammirare de Maistre.

Idem Veuillot.

Idem Stendhal.

Idem Proudhon.

Superficiali conoscenze scientifiche di Voltaire.

Mirabeau, nessun talento. Invece suo padre (che nessuno ha letto), oh!
Var.: Invece suo padre! E si cita una frase: « Povero uccello spaventato tra quattro torrette ».

Raffaello, nessun talento.

Molière, tappezziere delle lettere.

Charron, molto superiore a Montaigne.

Musset, molto superiore a Hugo.

Rabelais infangatore dell’umanità (Lamartine).

Omero: non è mai esistito.

Shakespeare: non è mai esistito, è stato Bacone a scrivere i suoi drammi.

Idea chic. « È massimamente evidente che le società europee di cultura altro non sono che pubbliche scuole di menzogna, e sicuramente vi sono più errori nell’Accademia delle Scienze che in tutta una nazione di Uroni » (J.-J. Rousseau, Emilio, III).


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In Dizionario dei luoghi comuni, prefazione e traduzione di J. Rodolfo Wilcock, Adelphi, Milano 1980, pp. 129-130. 

lunedì 1 maggio 2017

Georges Perec







Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente. Sforzarsi di scrivere cose prive d’interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe.

La strada: cercare di descrivere la strada, di cosa è fatta, a cosa serve. La gente nelle strade. Le macchine. Che tipo di macchine? I palazzi: notare che sono piuttosto confortevoli, piuttosto ricchi; distinguere i palazzi d’abitazione dagli edifici pubblici.
I negozi. Cosa si vende nei negozi? Non ci sono negozi d’alimentari. Ah, sì, c’è una panetteria. Chiedersi dove la gente del quartiere fa la spesa.
I bar. Quanti bar ci sono? Uno, due, tre, quattro. Perché aver scelto questo? Perché lo si conosce, perché è al sole, perché è un bar-tabacchi. Gli altri negozi: antiquari, abbigliamento, Hi-Fi, ecc. Non dire, non scrivere «ecc.». Sforzarsi di esaurire l’argomento, anche se sembra grottesco, o futile, o stupido. Non si è ancora guardato nulla, si è solo scoperto quanto era già stato scoperto da tempo.

Costringersi a vedere più piattamente.

Percepire un ritmo: il passaggio delle macchine: le macchine arrivano a gruppi perché, più su o più giù nella strada, sono state fermate da qualche semaforo.
Contare le macchine.
Guardare le targhe delle macchine. Distinguere le macchine immatricolate a Parigi dalle altre.
Notare l’assenza di taxi, mentre, per l’appunto, sembra che parecchie persone ne stanno aspettando uno.

Leggere quanto è scritto nella strada: colonne Morris, edicole, manifesti, cartelli stradali, graffiti, dépliant gettati per terra, insegne dei negozi.

Bellezza delle donne.
Vanno di moda i tacchi troppo alti.



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Da Specie di spazi, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri, Torino 2016, pp. 62-63.

sabato 1 aprile 2017

Blaise Cendrars







Oggi è il giorno del tuo Nome, Signore,
Ho letto in un vecchio libro le gesta della tua Passione,

E la tua angoscia e i tuoi travagli e le tue buone parole
Sono le lacrime di quel libro, dolcemente monotone.

Un monaco di un altro tempo mi parla della tua morte.
Tracciava la tua storia con lettere d’oro

In un messale posato sulle ginocchia.
Piamente lavorava ispirandosi a Te.

Seduto con la sua veste bianca, dietro l’altare,
Lentamente lavorava dal lunedì alla domenica.

Le ore si fermavano al limitare del suo eremo.
Chinato sulla tua immagine, lui si dimenticava di tutto.

A vespro, quando salmodiavano le campane,
Il buon frate non sapeva se era il suo amore

O se era il Tuo, Signore, o il Padre tuo
A bussare a gran colpi alle porte del monastero.

Sono come quel buon monaco, stasera, mi sento inquieto.
Nella stanza accanto, un essere triste e muto

Aspetta dietro la porta, aspetta che io lo chiami!
Sei Tu, è Dio, sono io – è l’Eterno.


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Dal poemetto Pasqua a New York, in Poesie, a cura di Luciano Erba, Nuova Accademia Editrice, Milano 1961, pp. 47-48, testo originale p. 179.